Covid 19: nasce il problema della classificazione delle varianti

Da Biotecnologie News

Un team italiano ha proposto una nuova modalità di classificazione delle varianti del SarsCov2. Ormai lo sappiamo: i virus a RNA mutano con facilità. Sono tanti i problemi che devono essere gestiti da chi è chiamato alla sfida della pandemia ma forse, nel corso dei prossimi mesi, questa delle varianti diventerà la questione centrale.

Perché la domanda che viene posta è spesso questa: i vaccini attualmente in commercio saranno in grado di coprire con efficacia anche la comparsa di nuove varianti virali? Tra chi cerca di spegnere il fuoco e chi, al contrario, palesa ottimismo, nel corso di queste settimane le cronache hanno dovuto raccontare della comparsa della variante giapponese. Si tratta dell’ultima in ordine di tempo. Prima di questi giorni, avevamo appreso di come la variante inglese fosse divenuta maggioritaria nel contesto occidentale e di come si fossero affacciate pure la variante sudafricana e quella brasiliana. Al netto di quello che accadrà, che è difficilmente prevedibile, apprendiamo che un team di ricercatori italiani ha proposto una rinnovata metodologia di classificazione. Stando a quanto si apprende da nursetimes.org, la collaborazione tra membri del Cnr-Ibiom – membri incaricati presso l’Università di Bari “Aldo Moro” e la Statale di Milano – hanno avuto modo di approfondire e studiare ben 180mila genomi del virus che ha sconvolto il mondo. Genomi che hanno ahinoi attecchito in più parti del globo terrestre.

Una buona notizia, come spiegato dal coordinatore del gruppo di studio Graziano Pesole, sembra esserci: “Le analisi comparative dei genomi virali – si legge sempre sulla fonte sopracitata – , isolati in Cina tra il 26 dicembre 2019, quando il virus è apparso per la prima volta, e il 20 gennaio 2020, hanno dimostrato che il tasso di mutazione di SARS-Cov-2 è leggermente inferiore ad altri virus della stessa famiglia e ha identificato le varianti genetiche di diversi sottotipi, ciascuno dei quali associato a una certa prevalenza geografica”.

Insomma, il SarsCov2 muta sì, ma non a velocità ingestibili (almeno sino a questo momento). Venendo al tema della classificazione, Pesole ha dichiarato pure quanto segue: ” Secondo il metodo proposto, i nuovi tipi di SARS-CoV-2 vengono cioè identificati sulla base della contemporanea presenza, in uno stesso tipo di sequenza genomica, di due o più mutazioni caratteristiche e prevalenti, il concetto che prende il nome di aplotipo. Per estensione i diversi tipi di genomi virali sono stati definiti aplogruppi”. Seguendo questo principio, potrebbe divenire più efficace l’opera di classificazione delle varianti. La scienza, anche quella italiana, è al lavoro per rendere il quadro più efficiente possibile per una comprensione piena della pandemia.

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