Protesi mammaria e linfomi: il prof. Luigi Valdatta invita a non fare allarmismo

Prof. Luigi Valdatta
Prof. Luigi Valdatta, Direttore della Chirurgia plastica dell'Ospedale di Circolo di Varese

Varese, 17 Aprile 2019

Il prof. Luigi Valdatta, Direttore della Chirurgia plastica dell’Ospedale di Circolo di Varese e docente all’Università dell’Insubria, è reduce da un congresso svoltosi a Pisa dove ha moderato una tavola rotonda dedicata ad un tema di grande attualità e su cui c’è ancora molta confusione: la presunta correlazione tra le protesi mammarie e l’insorgenza del linfoma anaplastico a grandi cellule.

E’ importante sottolineare che la correlazione è solo presunta, tutt’altro che dimostrata. – tiene a precisare Valdatta – C’è un sospetto in tal senso, che però non è supportato da studi scientifici che possano tradursi in linee guida condivise“.

Il dibattito è sorto in conseguenza del fatto che in alcune donne portatrici di protesi mammaria è stato diagnosticato un particolare tipo di linfoma, il linfoma anaplastico a grandi cellule a bassa malignità

Si tratta di un linfoma a bassa malignità – spiega Valdatta – che si manifesta a partire da una tumefazione a livello mammario che insorgerebbe, senza alcun legame di causa-effetto dimostrato, a distanza di anni dal posizionamento della protesi. La tumefazione è la manifestazione esteriore di un sieroma, una raccolta di liquidi attorno alla protesi. In alcuni, rarissimi casi, l’analisi citologica del liquido ha portato a diagnosticare la presenza di cellule correlate a quel particolare tipo di linfoma“. 

Il numero di casi, in realtà, è piuttosto basso: in Italia, ad esempio, i casi si attesterebbero a una trentina, pari a 1/500.000. Si tratta comunque di dati presunti che non permettono di determinare se esista una correlazione o se, piuttosto, la presenza di protesi mammaria, anziché esser la causa della patologia, non sia piuttosto una sorta di ‘rivelatore’, che permette di evidenziare una patologia che sarebbe insorta comunque o che sia già in atto senza che la paziente ne abbia consapevolezza, proprio a causa della bassa malignità della stessa.

I dati, insomma, sono tutt’altro che attendibili – spiega Valdatta – Eppure sui media l’argomento non solo è stato trattato con enfasi, ma in alcuni casi presentando conclusioni allarmanti. E’ invece necessario sottolineare che non ci sono certezze sul tema, anche se i vari specialisti coinvolti lo stanno approfondendo: oncologi, ematologi, senologi e chirurghi plastici. Il congresso di Pisa ne è la dimostrazione e non ci fermeremo di certo qui, visto che interessa tantissime donne“.

L’impianto di protesi mammarie è infatti uno degli interventi più praticati al mondo, sommando l’impianto a scopo ricostruttivo con gli interventi di chirurgia estetica.

Solo nella Breast Unit del Circolo si operano al seno ogni anno circa 500 donne, il 40% delle quali necessitano di interventi ricostruttivi. Se poi prendiamo in considerazione la chirurgia estetica, quella praticata fuori dall’Ospedale, in Provincia di Varese saranno almeno un migliaio le donne a cui, ogni anno, vengono impiantate delle protesi. Io voglio rassicurare queste donne sottolineando come siamo ben lontani dal poter dimostrare un’associazione di causa-effetto tra la protesi mammaria e il linfoma anaplastico. L’unico accorgimento che posso suggerire è quello, nel caso in cui le donne dovessero riscontrare una tumefazione a livello del seno a distanza di anni dall’impianto della protesi, di sottoporsi a controllo dal chirurgo plastico“.

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