Sindrome di Stendhal: attenzione alla visita delle opere d’arte

La sindrome di Stendhal, il disturbo che indica le affezioni psicosomatiche che si scatenano in un individuo quando si trova al cospetto di opere d’arte di particolare bellezza, deriva dall’esperienza descritta dall’omonimo scrittore francese durante la sua visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze. E’ per questo che questa sindrome è anche nota con il nome di sindrome di Firenze. Vediamo di cosa si tratta.

di Melania Sorbera

E’ stata riconosciuta in moltissimi turisti in tutto il mondo, eppure la sua diagnosi non è semplice. La manifestazione comprende la comparsa di numerosi sintomi psicofisici che possono variare da individuo a individuo, così come può variare l’opera che ha dato origine alla manifestazione del disturbo. Si parla, infatti, anche di sindrome di Parigi o di sindrome di Gerusalemme, anche se quest’ultima è più di tipo mistico religioso.

La psichiatra Graziella Magherini, che per la prima volta diagnosticò la sindrome, la descrive in termini scientifici nel suo libro “Mi sono innamorato di una statua“: “Nel complesso degli elementi che compongono l’opera può emergere un dettaglio, una pars pro toto, che, in quell’osservatore e in quel momento, dà un notevole significato emotivo a quell’opera, e al tempo stesso getta un fascio di luce su aspetti della vita della persona, organizzandoli improvvisamente in modo nuovo. Quel particolare dettaglio diventa così un potente catalizzatore mentale“.

Stendhal, nel resoconto del suo viaggio a Firenze, racconta che durante la visita a Santa Croce fu costretto a uscire dalla basilica per riprendersi da un violento malessere. La vista dei capolavori, l’estasi della bellezza, il senso dello scorrere del tempo evocato dalle pietre secolari, lo avevano sopraffatto. Proprio a Firenze la Magherini ha assistito centinaia di turisti stranieri ricoverati d’urgenza, spesso in preda ad un acuto scompenso psichico. “L’oggetto d’arte può farsi contenitore di emozioni e conflitti. Vi è un raccordo fra una particolarissima disposizione dell’Io e la percezione dell’oggetto; un rapporto fra l’immobilità extratemporale dell’opera e la mobilità, l’intenzionalità del soggetto“, scrive la Magherini.

Tuttavia, la sintomatologia presentata dai pazienti è connessa più alla storia personale dell’individuo che alla bellezza dell’opera d’arte in sé. Generalmente, la sindrome di Stendhal si presenta in maniera improvvisa e imprevedibile, inoltre, chi l’ha già sperimentata ha maggiori probabilità di manifestarla nuovamente. I sintomi sono diversi: agitazione, giramenti di testa e vertigini, malessere diffuso; sensazione di disagio; sudorazione; pianto; nausea e vomito; euforia o depressione; palpitazioni e tachicardiadolore alla bocca dello stomaco. In alcuni casi, si possono manifestare sintomi più gravi, come: allucinazioni, difficoltà respiratorie, attacchi di panico e svenimento.

La causa del disturbo è ancora ignota, si pensa che vi sia una forte stimolazione di specifiche regioni cerebrali deputate al funzionamento e alla regolazione della sfera affettiva ed emotiva del nostro organismo. Strutture coinvolte, in particolar modo, nella formazione degli stati emotivi sia normali che di natura patologica. Pare che l’attivazione del sistema dei neuroni a specchio, particolari tipi di neuroni coinvolti nella capacità dell’uomo di relazionarsi con gli altri, dia origine ad un meccanismo di empatia per il quale l’individuo che sta osservando un’opera d’arte genera e prova gli stessi stati emozionali che l’autore dell’opera ha voluto esprimere, a livello sia conscio che inconscio, mediante la realizzazione di quella stessa opera. Fortunatamente i sintomi scompaiono nel giro di qualche ora, il miglioramento e la scomparsa avviene semplicemente allontanando i pazienti dalle opere d’arte. In altri casi, invece, può essere necessario l’intervento del medico, soprattutto se la sintomatologia è severa e non tende ad autorisolversi.

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