Insieme si vinCe: premiate 3 video storie per vincere l’epatite C. Iniziativa promossa da Gilead

L’iniziativa, promossa da Gilead in collaborazione con SIMIT, AISF, Fondazione The Bridge e Federazione LiverPool ha coinvolto Userfarm, la più grande community di video-maker al mondo.
Obiettivo della Campagna è sensibilizzare tutta la popolazione sulla prevenzione dell’epatite C e sull’importanza del test per l’HCV. Si stima che in Italia ci siano almeno 70 mila persone che non sanno di essere infette. Solo lo sforzo congiunto potrà portare all’eliminazione di questa infezione  entro il 2030, così come indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Milano, 6 Novembre 2019

L’epatite C si può sconfiggere e la prima mossa è fare il test per l’HCV, il virus che la causa. Un tema delicato quanto importante, e meno di un minuto per raccontarlo: questa la sfida lanciata alla più grande community di video-maker al mondo, Userfarm, che l’ha raccolta. Sono tre i video vincitori del contest “Giovani video-maker per una nuova visione: storie per vincere l’epatite C. Insieme l’eliminazione è possibile”, premiati questa mattina a Milano, durante un incontro moderato da La Pina di Radio Deejay.

Il concorso, che ha visto la partecipazione di oltre 20 videomaker da 5 paesi del mondo (Russia, Olanda, Italia, Gran Bretagna e Francia) è promosso da Gilead in collaborazione con la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT), l’Associazione Italiana Studio del Fegato (AISF), la Fondazione The Bridge e la Federazione LiverPool.

I tre video vincitori sono: “Breaking not so Bad” di Valerio Fea, “Il Primo passo” di Timothy Emanuele Costa e “ll coach” di Mirko Bonanno.

A decretarne la vittoria una Giuria composta dagli enti promotori della della Campagna “Insieme si vinCe” e da La Pina.

I giovani videomaker hanno esplorato le strade dello storytelling e della metafora con risultati spesso sorprendenti ed emozionanti con il fine comune di sensibilizzare tutta la popolazione sull’importanza di eradicare l’infezione. Un vero e proprio “invito ad agire” perché solo unendo le forze si potranno rispettare gli obiettivi fissati per il 2030 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: la riduzione dell’90% di nuovi contagi e del 65% delle morti legate all’epatite C.

Per raggiungere questo traguardo è fondamentale coinvolgere le persone che hanno contratto l’infezione, ma che non ne sono ancora consapevoli. Per questo l’appello a fare il test per il virus dell’epatite C è rivolto a tutti, e non solo alle popolazioni considerate a maggior rischio (per esempio chi fa uso di droghe per via iniettiva, la principale via di infezione dell’HCV in Italia). “Secondo le stime parliamo di circa 200 mila persone con HCV nel nostro Paese ancora da trattare, a cui vanno sommati almeno altri 70 mila che probabilmente non sanno ancora di aver contratto il virus. – afferma Massimo Andreoni – Direttore Scientifico della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali – C’è un sommerso enorme e nonostante questo non sono state prese fino ad oggi iniziative significative per farlo emergere. Ci troviamo così in una situazione paradossale: quella di avere una terapia che funziona e di non fare nulla affinché le persone che ne possono beneficiare siano messe nella condizione di saperlo. Le persone più a rischio sono gli over 65, perché hanno maggiori probabilità di aver contratto l’infezione, ad esempio coloro che si sono sottoposti in passato a interventi chirurgici, trasfusioni o trapianti, oppure chi ha fatto uso di droghe per via endovenosa e anche chi ha tatuaggi e piercing eseguiti in condizioni non sicure”.

L’epatite C, che si trasmette attraverso il sangue, è infatti una malattia subdola e può rimanere asintomatica per molti anni prima di manifestarsi. Dopo 20-30 anni di infezione, però, il 20% dei pazienti sviluppa cirrosi epatica e fino al 5% tumori. I farmaci antivirali ad azione diretta di seconda generazione (DAAs) – nello specifico gli inibitori delle polimerasi e gli inibitori delle proteasi virali, disponibili in Italia dal 2014 – hanno rivoluzionato la storia di questa malattia, rendendo possibile eliminare l’infezione in pochi mesi nella quasi totalità dei casi (oltre il 95%). “In Italia sono già state curate circa 196 mila persone con questi farmaci, che significa aver ridotto drasticamente la circolazione del virus – sottolinea Salvatore Petta, Segretario dell’Associazione Italiana Studio del Fegato  –  Da ottobre, inoltre, sarà possibile raggiungere anche quelle persone che per motivi socio-assistenziali non possono sottoporsi alla biopsia epatica e/o al fibroscan, esami fino ad ora richiesti per accedere al trattamento. Mi riferisco, per esempio, ai detenuti nelle carceri o a chi si rivolge ai SerD, i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale. L’importante novità è resa possibile dall’introduzione nei Registri AIFA dei farmaci DAAs del ‘criterio 12’, una conquista fortemente voluta da AISF. Molto, però, ancora resta da fare e le iniziative come “Insieme si vinCe” sono sicuramente importanti, perché contribuiscono ad aumentare la consapevolezza sull’HCV. Questo aiuta anche a combattere lo stigma che ancora aleggia intorno a questa infezione. Troppe persone ancora non sanno che esistono farmaci efficaci, quasi sempre senza effetti collaterali, e che possono essere somministrati anche in chi ha la malattia avanzata”.

Quello della mancanza di informazioni è oggi uno degli ostacoli principali all’eradicazione dell’HCV –  sottolinea Giampiero Maccioni, Presidente della Federazione Nazionale Liver-Pool – che riunisce 14 associazioni sul territorio – Insieme alle associazioni organizziamo da tempo anche giornate di sensibilizzazione in cui, all’interno di stand nelle piazze italiane o negli ospedali, team di specialisti eseguono gratuitamente i test e fanno counseling. Sono moltissime le persone, soprattutto giovani, che scoprono in questo modo di essere positive all’infezione e che oggi l’Epatite C si può curare con la terapia farmacologica.”

 

Quali sono i quindi i prossimi passi da intraprendere in termini concreti per raggiungere gli obiettivi fissati dall’OMS?

Grazie alla disponibilità di test diagnostici altamente sensibili e terapie antivirali di estrema efficacia oggi abbiamo gli strumenti per rendere possibile l’eliminazione dell’HCV, ma il raggiungimento di questo obiettivo richiede passaggi indispensabili, quali la precisa conoscenza dell’attuale epidemiologia dell’infezione, in particolare nei gruppi a maggior circolazione virale – afferma Rosaria Iardino, Presidente della Fondazione The Bridge – E’ importante, inoltre, che l’eliminazione venga considerata un investimento e non solo una spesa, in quanto questo avrà ricadute positive in termini di beneficio globale di salute pubblica”.

Iniziative come quella di oggi hanno l’obiettivo di contribuire alla lotta contro questa infezione, in un’ottica innovativa ed originale propria di un’azienda come la nostra, da sempre impegnata nella ricerca e nello sviluppo di soluzioni terapeutiche innovative in grado  di cambiare i paradigmi di trattamento” – conclude Cristina Le Grazie, Direttore Medico Gilead Sciences.

Per guardare i video vincitori:

Breaking not so badhttps://youtu.be/ePwwFOzAb40
Il primo passo: https://youtu.be/VVBr2qaRbIQ
The coachhttps://youtu.be/r3Z3JerxZNs

 

Informazioni su Gilead Sciences

Gilead Sciences è una società biofarmaceutica basata sulla ricerca e impegnata nella scoperta, sviluppo e commercializzazione di farmaci innovativi per patologie molto gravi che ancora affliggono l’umanità. Le aree terapeutiche sulle quali ci concentriamo comprendono HIV/AIDS, malattie epatiche, ematologia e oncologia, malattie infiammatorie e respiratorie. Gilead è presente in Italia dal 2000 e collabora attivamente con i partner istituzionali, scientifici, accademici, industriali e delle comunità locali per sviluppare e rendere disponibili le terapie ai pazienti italiani.


L’Epatite C


Che cos’è l’Epatite C?

L’Epatite C è una patologia del fegato causata dall’infezione del virus HCV, che attacca le cellule epatiche inducendo uno stato infiammatorio. Le cellule danneggiate dal virus muoiono (necrosi) e vengono sostituite con tessuto cicatriziale, in un processo patologico chiamato fibrosi epatica. Col passare del tempo l’infezione compromette la maggior parte del tessuto causando cirrosi epatica, uno stato in cui l’organo non è più in grado di svolgere le proprie funzioni.
La storia naturale dell’Epatite C si compone di due fasi: l’infezione acuta e l’infezione cronica.
La fase acuta si verifica immediatamente dopo il contagio, quando le difese dell’organismo si attivano in risposta all’agente patogeno iniziando a produrre anticorpi nel tentativo di debellare l’infezione. Può durare anche diversi mesi, ma nella maggior parte dei casi si tratta di una fase asintomatica della malattia, quindi è molto difficile da diagnosticare: solo nel 5-10% dei pazienti si possono presentare sintomi quali ittero, febbre, vomito e nausea, diarrea, dolore generalizzato e affaticamento. Nel 60-80% dei casi il sistema immunitario non riesce ad avere la meglio sul virus, che dunque in genere si annida stabilmente all’interno delle cellule epatiche. È la fase cronica dell’infezione da HCV, che può rimanere asintomatica anche per decine di anni. Dopo 20-30 anni di infezione, però, oltre il 20% dei pazienti sviluppa cirrosi epatica e fino al 5% tumori.

 

I numeri dell’HCV in Italia

L’Epatite C costituisce ancora oggi un grosso problema di sanità pubblica in Italia. Una problematica di primaria importanza se si considerano l’entità dei costi relativi alla patologia e la perdita di vite umane, che, dati alla mano, ammonta a circa 6.000 decessi all’anno per complicanze dovute all’infezione.
Secondo l’ultimo report dello European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) sarebbero oltre 3,5 milioni in Italia le persone con Epatite da HCV allo stato cronico (prevalenza 5,9%). Una stima rivista al ribasso da altre indagini, come quella di Gower et al (2014), secondo cui la prevalenza di anticorpi anti HCV sarebbe del 2% (IC 95% 1.6%-7.3%), mentre quella viremica sarebbe pari a 1.5% (IC 95% 1.2%-5.4%). Considerando queste percentuali, il numero di soggetti con infezione cronica sarebbe rispettivamente di circa 1 milione (IC 95% 839.000-3.826.000) e 768 mila (615.000-2.805.000).
I motivi di una simile discrepanza sono da ricercarsi nell’assenza di studi epidemiologici ad hoc nel nostro Paese. Dalle indagini più recenti, sebbene limitate dalla modalità di selezione dei campioni e non rappresentative di tutto il Paese, è comunque possibile stimare il tasso prevalenza di infezione attiva tra lo 0,72% e il 2,3%, per un totale di persone infette compreso tra circa 350 mila e 1 milione.

Nel nostro Paese è soprattutto la popolazione più anziana (over 60) a essere interessata dall’infezione cronica, contagiata da sangue infetto o dall’uso di strumenti medici non usa e getta. Negli ultimi 25 anni, però, il dato di prevalenza è fortemente diminuito grazie all’adozione di strumenti di prevenzione e di contenimento del contagio, quali l’introduzione di misure di sicurezza nello screening degli emocomponenti trasfusi e l’adozione di strumenti e dispositivi ospedalieri monouso, a cui si aggiunge il fatto che molti pazienti sono guariti e altrettanti deceduti.
Nonostante la continua espansione dell’uso di droghe per via endovenosa e l’immigrazione di persone che vivono in aree ad elevata diffusione del virus, anche il tasso di incidenza risulta diminuito e nel 2018 si è attestato sul valore di 0,1 per 100mila abitanti.
È necessario ricordare che la fase acuta dell’infezione da HCV e talvolta anche buona parte del decorso a lungo termine sono asintomatiche. Pertanto l’Epatite C è una malattia sotto-diagnosticata, con una quota di sommerso stimata tra 71mila e 130 mila persone.

 

Il piano di eradicazione nazionale

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato come obiettivo comune a tutti i Paesi entro il 2030 la riduzione del 65% delle morti legate all’Epatite C e quella di nuovi contagi del 90%. Per raggiungere il traguardo l’Italia ha istituito un fondo ad hoc per finanziare le terapie anti-HCV (i nuovi farmaci antivirali cosiddetti DAAs sono totalmente rimborsati dal Sistema sanitario nazionale) all’interno del Piano nazionale di eradicazione, e l’Agenzia italiana del farmaco AIFA ha stabilito criteri di eleggibilità dei pazienti.
Il Piano prevede il trattamento di 80 mila pazienti l’anno nell’arco del triennio 2017-2019, e ad oggi secondo AIFA sono stati avviati circa 196.000 trattamenti per pazienti eleggibili.

 

Come si trasmette?

Il virus HCV si trasmette per via ematica, cioè tramite il contatto diretto con sangue infetto attraverso una lesione della cute. La trasmissione per via sessuale nelle coppie eterosessuali monogame e stabili è virtualmente nulla se pelle e mucose sono integre. Una modalità molto poco comune (3-5%) è la trasmissione da madre a figlio durante il parto, ma la sua frequenza aumenta (10-55%) se le madri sono portatrici anche di HIV. Dal momento che il principale veicolo di infezione è il sangue infetto, i maggiori fattori di rischio sono la condivisione di oggetti appuntiti o taglienti (come rasoi, lamette o forbici), gli aghi, gli strumenti chirurgici usati e non sterilizzati, le trasfusioni di sangue. Nel mondo occidentale le infezioni in ambito sanitario-ospedaliero sono drasticamente diminuite a partire dagli anni ’90, grazie all’applicazione di protocolli di verifica sul sangue donato e infuso: la diffusione di aghi e altri strumenti usa e getta nonché lo screening dei donatori di sangue per individuare portatori inconsapevoli del virus sono stati passi determinanti. Le scarse condizioni igienico-sanitarie e le trasfusioni di sangue infetto sono invece le cause più comuni di trasmissione del virus nei Paesi in via di sviluppo.

In Europa e negli Stati Uniti il principale fattore di rischio per l’Epatite C è la tossicodipendenza: tra i tossicodipendenti che fanno uso di droghe per via iniettiva o inalatoria infatti l’incidenza di infezione da HCV va dal 50 al 95%.

 

Trattamenti e prospettive terapeutiche

Oggi esiste la possibilità di eradicare l’infezione da HCV dall’organismo.
Le moderne terapie per l’Epatite C prevedono l’utilizzo di farmaci che agiscono direttamente sul virus, anziché stimolare il sistema immunitario per combattere l’infezione. Tali farmaci, i cosiddetti DAAs, sono nello specifico inibitori delle polimerasi e inibitori delle proteasi virali, e in cicli terapeutici di 8, 12 o 24 settimane permettono l’eliminazione del virus nella quasi totalità dei casi (oltre il 95%). In Italia sono disponibili dal dicembre del 2014.
I DAAs hanno rivoluzionato le prospettive terapeutiche dei pazienti affetti da Epatite C in quanto, oltre a essere straordinariamente efficaci, presentano solo lievi effetti collaterali, vengono somministrati per via orale in poche compresse giornaliere. Inoltre non esistono particolari controindicazioni al trattamento né per chi ha registrato un fallimento di precedenti terapie, né per i pazienti in fase cirrotica avanzata o che presentano gravi problematiche extra-epatiche. Il trattamento può essere somministrato anche a chi ha subito un trapianto di fegato o è in lista per il trapianto.
Fondamentale per il successo del trattamento con l’eliminazione dell’infezione è l’aderenza alla terapia: il paziente deve attenersi alle indicazioni terapeutiche dello specialista rispettando dosi e tempi di assunzione dei farmaci.
L’eradicazione dell’infezione da HCV dall’organismo ha come effetto la risoluzione di eventuali altre problematiche extra-epatiche connesse. In alcuni casi si registra anche una riduzione del danno al fegato che può portare a decretare la non necessità del trapianto.
In caso di cirrosi epatica, invece, l’eliminazione del virus diminuisce ma non azzera il rischio di sviluppare un epatocarcinoma. Per questo motivo i pazienti devono proseguire i controlli periodici secondo le indicazioni dello specialista.

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